Info: Il percorso musicale di Marco Bernacchia aka Above the Tree parte sin da piccolo con gli studi classici, subito abbandonati in favore di una personale e ludica scoperta del mondo dei suoni, passata attraverso un vecchio organo e una chitarra che viene ripetutamente percossa alla ricerca di un effetto contatto/suono che sia interessante. La ricerca tende soprattutto alla produzione di suoni/rumori che siano stranianti per se stesso, una specie di ricerca psichedelica senza sostanze aggiunte.
Marco passa dai solitari esperimenti sulla sua chitarra a suonare in gruppo con altre persone, formando i M.A.Z.C.A. con i quali dal 1999 incide quattro dischi e collaborando con altre persone su diversi progetti tra cui AL:RM! nel 2006 con Paolo Campagnola (Arbdesastr) e Falling Birds nel 2008 con Mattia Coletti.
Dal 2007 però la voglia di sperimentare in proprio si manifesta di nuovo ed è così che nasce il progetto Above the Tree, un insieme di musica e performance che si esprime attraverso suoni ruvidi e imperfetti, nel tentativo di raggiungere un livello di comunicazione personale tra il suo mondo e la natura circostante.
Si può parlare di un blues scarno e rarefatto, ma anche di musica concreta data la natura del suono prodotto da Above the Tree con l`uso del corpo nello spazio. Nessun oggetto che gli stia attorno può rimanere indenne a lungo. Il risultato è una espressione pangeografica di suoni che di volta in volta ricordano un angolo diverso di mondo, ovunque ci sia un albero dove salire.
Se le equazioni matematiche si possono applicare alla musica, allora Above the Tree sta agli Animal Collective come la musica 8-bit sta all`elettronica.
La completezza è un`ambizione folle ma comprensibile. La perfezione un`illusione di onnipotenza decisamente incomprensibile. Il resto è parzialità, istantaneità e vento che soffia su miliardi di vite mescolando sequenze di attimi per dare un`immagine coerente all`esistenza. Compresa l`equazione, qualunque atto acquista importanza nell`accettazione della sua transitorietà e della sua caducità. Solo così si supera il limite di ciò che per sua natura è limitato e l`arte torna a scavare dentro e oltre le apparenze. La musica di Above the tree è la prova che ciò accade ancora, che lo strumento più astratto che la natura ci ha offerto, il suono, può servire a costruire scenari perfetti proporzionalmente alla loro imperfezione. Qui non ci sono estenuanti ricerche del bel suono, dell`equilibrio formale, delle armonie simmetriche e aggraziate ma pezzi di metallo arrugginito che strisciano su frammenti di vetro e sabbia, motori malfunzionanti che lamentano i segni del tempo e canti biascicati soffocati dalla tosse. Eppure non un solo pezzetto di queste schegge sonore sembra costruito su tali basi: le canzoni (termine certamente improprio in questo caso) chiedono di essere riascoltate ripetutamente perché il loro linguaggio complessivo, che lo si creda o no, è un magico e potente catalizzatore emotivo capace di portare i sensi in dimensioni inconsuete. Non cercate somiglianze a tutti i costi, non ce ne sono, piuttosto lasciatevi trasportare dentro questo microcosmo di musica contemporanea e fate attenzione a tutti i dettagli. Niente di definitivo, solo frammenti mortali di luce abbagliante.
Press: "Il percorso artistico di Above The Tree (l’intelligente creazione del marchigiano Marco Bernacchia, già M.a.z.c.a., Gallina e Al:Arm!) prosegue con “Minimal Love”. Se nel precedente “Blue Revenge” prevaleva l’istinto naturalista, in “Minimal Love" prevale un’idea di mosaico psichedelico mistico ma disturbato.
Dopo il preludio di “Donkey’s Eyes”, Bernacchia passa così in rassegna tutta una serie di felici congetture lisergiche; dalla trance hare krishna di “70% Of Hate” al cicaleccio illusionista “Let Me Know”, dalla meditazione folk di “Plotone negro” al quadretto appalachiano di “Ta - Ta - Ta - T”, finanche al piccolo collage elettroacustico blues-rock di “Go Home” e alla curiosa nenia assorta da radio microfono di “Paparinski”. L’autore si riscopre nuovamente dipintore (talvolta facendo prevalere i corredi sonici, come il vociare confuso, i timbri di farfisa e di cornamusa, i rumori di una macchina da scrivere, sull’armonia portante), ma con un aumentato coraggio.
Qua e là fanno capolino pezzi che cominciano a rilevare una forma riconoscibile, come “Gli oggetti”, degna dei Flaming Lips più lineari, o la strimpellata di “Hallo Winter”, o ancora lo stornello Barrett-iano (ma anche Incredible String Band) di “Bunny In Love”, mentre altri rimangono solamente inerti, come “Le signorine che nuotano” o “Silent Song”.
Complice anche la grande co-produzione (ben sette indie-label: Boring Machines, Marinaio Gaio, Brigadisco, About A Boy, Untouchable Woman, Shipwreck, Stonature), seppur in tiratura limitata a 400 copie numerate, il disco sfonda la barriera del suono e divide critica e pubblico. Il pubblico ne apprezza l’obliquità, la critica il fascino mefistofelico, non capendo la poetica di sintassi e abbrivio, alterazione e lindore. Consistente anche lo stuolo di collaboratori: Michele Grossi, Mattia Coletti, Marco Cattaneo, Maurizio Gianotti. Registrato in camera da letto." Michele Saran - Ondarock.it