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Pre_sent Ten_se

Pre_sent ten_se
Non al denaro, non all’amore, nè a Morgan
02/2010 

Pre_sent Ten_se

Mp3 in download gratuito
Produzione per ItalianEmbassy 

Scarica (124 Mb in .zip)

1 El Pelandro – [...]
2 Blown Paper Bags – Short attention span era
3 June Miller – Class action
4 Hermitage – Princess Leila
5 Cartavetro – We need time (feat. Mike Watt)
6 r.u.g.h.e. – No
7 The Combat Worms – The tide in your eyes
8 Neyfab – Lose control
9 Antigone – h.h
10 Useless Idea – Perdona my adolescenza
11 Lo Sceriffo Lobo – Gioco ai videogames
12 She Said What?! – She said what?!
13 Kramers – Mix up
14 Still Leven – Soulsearching
15 The Big White Rabbit – Free us from evil
16 Rice On The Record – Welcoming the flowers
17 Nuova Fucina Bosio – I merli
18 Vecchio Pachiderma Elefante Marino – Fanno male le ossa
19 Dresda – Ofelia
20 Threefingersguitar – Lying down in your perfection (live)
21 Hipurforderai – Le dolenti mie parole estreme

Ventuno anteprime esclusive del qui e ora duemilaedieci genovese curate da Simone Madrau (e Matteo Casari) per Disorder Drama

Italian Embassy repelle il festival di Sanremo ma ama molto la vicina Genova, il suo entroterra e le province liguri, essendo nata per sostenere le scene locali nel confronto con l’estero, dalle periferie ai luoghi di copertina senza passare da un “via” centralizzato buono solo per il monopoli(o). Da questo presupposto è facile risalire all’importanza di ciò che state per leggere.

Una delle frequenti mail d’informazione e segnalazione con l’eccellente servizio che Disorder Drama rende, non sempre appagata a dovere, alla comunità zeneise si è trasformata nell’impulso alla redazione di un articolo esauriente, comprensivo di compilation che ritrae il qui-e-ora della Lanterna indie-musicale: i nomi del domani che potete leggere solo su IE, grazie all’encomiabile rassegna di Simone Madrau, adiuvato dall’apporto di Matteo Casari. A loro la parola e i ringraziamenti, la musica e relativa cover vi attendono ai piedi dell’articolo: avviso che incipit & termine sono uno choc…

“Present tense, ovvero il presente. Ma anche Pre-sent, perchè in fondo a queste righe ascolterete cose del tutto nuove o relativamente conosciute, gruppi nati da poco o che non hanno ancora avuto la giusta esposizione. E Ten(se), perchè il presente è il 2010. E perchè (dai, fatemi essere autoreferenziale) l’associazione di cui faccio parte, ovvero Disorder Drama, compie dieci anni di attività.
Proprio su questi ultimi dieci anni genovesi facevo il punto, in maniera leggera, in una conversazione recente con il titolare di questo sito. E in particolare sui tanti paradossi che ruotano intorno allo scenario musicale di questa città. Tra il 2005 e il 2007 abbiamo avuto un’infornata di conferme e al tempo stesso di nuove leve e -senza minimamente averlo richiesto- ci siamo ritrovati nel mezzo di una specie di hype nazionale, come se a Genova stesse scoppiando una bomba dietro l’altra. La verità è che eravamo in una situazione in cui, se riuscivamo a garantire concerti e far suonare i nostri gruppi, era all’interno di spazi perennemente a rischio di sgombero come il Laboratorio Sociale Buridda, un luogo di cui conserviamo ottimi ricordi ma che al tempo stesso sembrava una sorta di ultimo baluardo. Per giunta un luogo fuori mano rispetto a quel centro storico che tanta linfa aveva donato alla musica genovese negli anni 90, e che stava perdendo sempre più colpi con la chiusura di locali storici come il Fitzcarraldo e la Madeleine. Una situazione di netto riflusso in cui tra l’altro la perenne mancanza di strutture di informazione non aiutava.
Fortuna vuole che qui in Disorder Drama siamo gente paziente.
Abbiamo portato pazienza e siccome non abbiamo le riviste ce la siamo inventata facendo una fanzine e chiamandola Compost. Per capire e far capire, ricostruire, informare, tenere le fila su quanto era successo musicalmente a Genova intervistandone i protagonisti presenti e passati.
Abbiamo portato pazienza e siccome non avevamo gli spazi ce li siamo inventati. Collaborando con altre associazioni, biblioteche, librerie, negozi di dischi, spazi espositivi di ogni sorta. E organizzando eventi collaterali a tutti i livelli: dai workshop di fotografia con macchine di recupero a quelli di strumenti musicali autocostruiti, dalla co-organizzazione di festival come Play e Mu-Mù ai concerti in casa, da festival come il Rural Indie Camp a Savignone alla Notte Bianca genovese.
Abbiamo portato pazienza e siccome non abbiamo un ufficio stampa ce lo siamo inventati sfruttando i social network, nella fattispecie Tumblr, Facebook e Last.fm.
Abbiamo portato pazienza e siccome non abbiamo una radio ce la siamo inventata creando i nostri podcast in cui coinvolgiamo personaggi anche esterni a Disorder Drama, nel tentativo di far capire che quello di una radio indipendente è un progetto di interesse comune a chi fa musica in città.
E oggi?
Oggi a forza di portare pazienza raccogliamo risultati: ad esempio proponendo concerti (oltre che a due serate mensili al Milk, una al Kitchen Mon Amour e un’altra al Raindogs di Savona) ogni giovedì alla Claque, la splendida sala concerti del Teatro della Tosse. Un riconoscimento che nel gratificarci ci consente di organizzare eventi più prestigiosi della norma.
Ci siamo montati la testa? Non direi. Ma è ovvio che quando sai di avere i mezzi per poter fare le cose, ne sei contento. Proviamo a costruire un futuro per questa città tramite la fondazione di strutture solide. E non siamo chiusi verso l’esterno: semplicemente seguiamo una politica fatta tanto di etica quanto di esperienze vissute e sulla base di questa, citando il buon Matteo Casari, ci ostiniamo a ‘promuovere la produzione creativa a costi giusti e abbordabili per il mercato realmente indipendente’.
Questa lunga digressione per dire che, se oggi non siamo così sotto i riflettori, il nostro percorso continua in una situazione che forse davvero rosea non lo è mai ma che sappiamo farci andare bene, divertendo e divertendoci. E quell’apparente latitanza di gruppi rispetto al fermento di qualche anno fa, a ben guardare, è davvero solo apparente. Non sappiamo se nei 21 gruppi che presentiamo in questa compilation ci siano i Port-Royal o gli Ex-Otago di domani. Sarà del resto affar loro diventare qualcosa o rimanere dove sono. Intanto però sono qui riuniti per fotografare un momento, questo, in una città, questa. Con l’obiettivo che prende non solo i gruppi veri e propri ma anche i progetti più autoironici e caserecci perchè saranno scemi ma alla fine ci piacciono.
Unica eccezione sono i Blown Paper Bags, cui a sto giro tocca il ruolo di ‘papà’. Crediamo molto in questo nuovo disco che si è fatto attendere cinque anni e che ancora adesso è congelato in attesa di pubblicazione. Ridotti ormai da qualche tempo a trio da quintetto che erano, Ela, Matteo e Martino hanno tirato fuori un lavoro ancora migliore del già apprezzabilissimo esordio. E qui ve ne offriamo un primo assaggio.
Hermitage non è nome freschissimo ma ancora desideroso di lancio vero dopo un demo e due ep. Post-rock, inutile girarci intorno, anche se per chi scrive questa non era una parolaccia allora e non lo è oggi. Post-rock fortemente emotivo, nonostante le dichiarate influenze prog del gruppo, e post-rock comunque poco incline ai tradizionali e interminabili crescendo in favore di stacchi improvvisi e repentini. Convincenti in studio e ancor più dal vivo, siamo felici di saperli in apertura dei Mono il prossimo mese a Bologna. Gli aficionados del genere non li perdano.
Come non dovrebbero perdersi, qualora capitasse di incrociarli in giro per l’Italia, i Dresda. Ragazzi che dell’opera di Explosions In The Sky, Mogwai e soci fecero inizialmente un credo per poi affacciarsi a un linguaggio di contaminazione che trova nel mondo delle colonne sonore e in certo folk possibili vie di uscita. Con un ep come ‘Pequod’ recensito bene in lungo e in largo e una serie di live sempre più convincenti, è lecito parlarne come uno dei migliori gruppi genovesi al momento.
Non proprio gli ultimi arrivati, visto il decennio intercorso dalla creazione del gruppo, i Cartavetro hanno avviato definitivamente una seconda vita da poco tempo. Con il solo Cesare Pezzoni superstite della line-up originale e vari cambiamenti di suono e direzione, l’oggi rinnovato trio manifesta idee chiare e propone una visione quantomai aperta della parola ‘indie-rock’. Qualche termine di paragone inevitabilmente sussiste ma sperimentazione e improvvisazione sono termini sempre più vicini all’operato del gruppo. Per ora portano a casa una collaborazione del calibro di Mike Watt dei Minutemen, nata spontaneamente dopo che quest’ultimo li aveva passati più volte sul proprio podcast.
Il mio ricordo dell’unica performance dal vivo dei r.u.g.h.e. vale più di qualsiasi considerazione sulla loro musica. Entro al Buridda con abbondante anticipo sull’inizio della serata e trovo esattamente ciò che potete vedere nel loro avatar su MySpace: tre individui sul palco, seduti immobili ciascuno con un sacchetto in testa opportunamente decorato. Nessuna parola e nessun gesto per almeno un’ora, fino all’avvio del loro set: un flusso agghiacciante di urla e rumori di cui l’esordio omonimo (uscito non casualmente sulla Niente Records degli St.Ride) è rappresentazione efficace. Solo alla fine, tolte le maschere, scopro che si tratta dell’ennesimo progetto (il più coraggioso ed estremo finora) dell’infaticabile Fabio Zuffanti.
Tutt’altro discorso per Cesare Bignotti aka Useless Idea che parte dall’idm di fine anni 90 per incrociare un po’ tutte le successive evoluzioni di quel suono. Cesare intende l’elettronica come linguaggio artistico contemporaneo: parla chiaro in merito il connubio tra la sua attività come musicista e quella di street/visual artist ampiamente collaudata all’interno di Eves, per autodefinizione ‘agenzia multimediale di ricerca e produzione creativa’ il cui lodevole operato coinvolge nomi e situazioni anche esterne alla Liguria.
Anna e Manuela furono metà delle Starfish, riot-combo che a Genova guadagnò un fedelissimo seguito. Oggi quella stessa metà cambia nome in She Said What?!, abbassa la fedeltà, mantiene l’attitudine, inventa cinque canzoni basso-batteria-voce che sono quanto di più diretto ed essenziale possiate trovare in città; e vince bene.
Ho scherzato con loro fin dall’inizio su questa cosa: un supergruppo che raduna intorno a sè quattro componenti, tutti provenienti da esperienze rock affatto leggere (Cut Of Mica, Hermitage e Tune Crash) e cosa si mette a fare? Pop. E del più spontaneo, per giunta: niente riferimenti colti a Sarah Records, cantautori francesi o che so io. Eppure la cosa me li rende ancora più simpatici. Aggiungiamo che sono entertainers in crescita, sia quanto a presenza sul palco che quanto a presenze sotto. L’ep d’esordio dei Kramers era un bel biglietto da visita ma il meglio ha da venire e non tarderà.
Altro paradosso: il gruppo anagraficamente più giovane tra le promesse cittadine vanta le influenze più vecchie. In realtà non di solo Ian Curtis vivono gli Still Leven. Se la voce di Giacomo è un costante richiamo alla new wave che fu, i nuovi brani del gruppo sembrano indirizzati verso qualcosa di non meglio definito ma certamente più moderno. Testimonia qui sotto una emblematica Soulsearching.
Per quanto riguarda Max Sobrero, meglio noto come The Big White Rabbit, il percorso fino a qui dice di un album, ‘Slaughterhouse’, uscito su Black Light District. Folk nero come la pece e voce tra le meglio caratterizzanti in circolazione. In studio compone tutto, dal vivo si fa affiancare da volti nostrani. Progetto ancora giovane ma già compiuto, un contributo all’amplificarsi del culto è doveroso.
Malinconici ma meno opprimenti, Rice On The Record tornano con formazione differente rispetto all’esordio di un paio di anni fa. Abbandonata Germana, ora Mange-Tout, Paolo Bollero assolda Francesco e Furio mantenendo sostanzialmente immutata la ricetta non fosse che una mezza tentazione di comporre in italiano ha recentemente assalito il gruppo. La Welcoming the flowers qui sotto pare già un primo passo in quella direzione: nonostante il titolo (che cita una poesia di John Giorno) e il ritornello siano entrambi in inglese, le strofe sono per la prima volta cantate in italiano.
iBosio? NuovaBosio? Nuova Fucina Bosio? Chiamateli come vi pare, del resto sono loro i primi a farlo. Resta il fatto che i Bosio sono proprio quei Bosio: l’Enrico degli En Roco e il Pietro di Laghisecchi, Numero6 e Tarick1, accompagnati per l’occasione da Giorgios Avgerinos. E’ canzone italiana, molto più intima e cantautoriale di quanto Enrico abbia proposto nel suo progetto principale e dunque meno orecchiabile ma non meno piacevole. All’attivo c’è un ep autoprodotto chiamato ‘Manufatto stupendo’.
Le province musicali del non-impero genovese sembravano già da un paio d’anni adottabili dal capoluogo ligure. Ecco perchè consideriamo dei nostri June Miller da La Spezia e Antigone da Sestri Levante: amici e parlanti la stessa nostra lingua. I primi sarebbero indie-rockers non fossero cascati nella rete del ’98 e non stupisca quindi Chris Crisci degli Appleseed Cast a produrre sia l’ep precedente che quello di prossima uscita. Possibilmente il gruppo Marsiglia Records più esportabile dai tempi dei Port-Royal. I secondi sono invece dediti a un pop ‘intelligente’ e raffinato, poco incasellabile se non in una terra di mezzo tra Lamb e qualcosa di più suonato: il demo di quattro tracce prometteva, l’ep d’esordio pare manterrà. L’anello di congiunzione tra i due gruppi è una voce, quella di Fede Tassano, che potenzialmente trova in questi progetti un punto di partenza e non di arrivo. Chi scrive non è l’unico a crederlo, se è vera l’indiscrezione che riporta di un suo featuring per un’importante uscita genovese del 2010.
Il ponente ligure da parte sua provvede a farci sodalizzare con altrettanti nomi. Da Varazze arriva Fabio Tassi aka Neyfab a rincarare la dose melancoelettronica già di Port-Royal presenti e Japanese Gum passati con un approccio nettamente più pop, leggi alla voce: canzoni. “Moving-waiting room” è già album compiuto, alla faccia dei vostri ep e dei vostri demo: ora vammelo a pubblicare e siamo a posto. Ancora più in là, in quel di Savona, Simone Perna di Vic Larsen tradisce la batteria per la chitarra e mette in piedi Threefingersguitar: gusto 70s come se piovesse, ‘cantautorato rock’ come tag ricorrente su Google accanto al moniker. Marsiglia vede e provvede.
Infine nell’ambito Genova Scrausa, ovvero quella non-scena in cui i protagonisti dell’underground locale si reinventano con misteriosi alter-ego che producono la propria musica in casa e in bassissima fedeltà, le cose continuano a muoversi. A rilento, naturalmente, con la dovuta pigrizia e con ancor meno pretese di quelle dichiarate nei ruoli in cui sono comunemente ‘noti’. Il misterioso El Pelandro si esibisce sui palchi genovesi a volte solo, a volte accompagnato da altrettanto misteriosi indi(e)vidui mascherati. L’ottimo seguito di pubblico che sta radunando intorno a sè è dovuto anche all’impatto di brani come Riding his bicycle Casari became thin like a screw, mentre nel pezzo -l’unico registrato finora- che fa da intro a questa compilation si proclama ‘just because I like to see all the animals around me doesn’t mean that I don’t like to eat them too’… Più seri i contenuti ma identica ricetta ‘casalinga’ per The Combat Worms la cui finora ristretta produzione ricorda (per modus operandi, oltre che per affinità di genere) i brani postati dai vari Atlas Sound e Lotus Plaza sui relativi blog: home recording psichedelia, nè più nè meno. Già tre apparizioni dal vivo in curriculum. Da San Bartolomeo di Valle Calda con ruralità, Vecchio Pachiderma Elefante Marino si fa carico dell’ingombrante lezione spoken word dei vari Massimo Volume per farne fondamentalmente i cazzi suoi: profilo affatto ‘letterario’ e aderenza totale al vissuto e al contesto in cui il nostro vive. Lo Sceriffo Lobo è il nome teoricamente più scrauso dal punto di vista della qualità dei suoni. Il paradosso è che inventa ritornelli pop talmente appiccicosi da far passare Lady Gaga per i Liars. Non avendo il coraggio di proporvi La canzone di Cani (volete davvero sentirla? è su MySpace) ho optato per Gioco ai videogames, geek-pride a palate fin dal titolo. Il Lobo è anche co-titolare di uno split con Hipurforderai, profilo più rumorista ma non meno cazzaro, che in quattro anni vanta (?) già una nutrita discografia di autoproduzioni, escluso un disco su Si Lagrima, la controparte ‘scrausa’ di Marsiglia Records. La ricetta è semplice sulla carta: voci campionate per lo più estratte da film e improbabili programmi televisivi più o meno coordinate con qualche suono mandato in loop; ma la scelta dei parlati in questione è così insolita da rendere gli esiti spesso esilaranti o comunque più coinvolgenti di quanto si potrebbe pensare. Pezzi realizzati in cinque minuti, quando ne ha voglia e ai limiti dello scazzo. Prendere o lasciare.
Detto questo tutti a scaricare e se passate in questi lidi, venite a farci un saluto”.