C’è la mano di un solo artefice e la determinazione di una sola mente dietro al progetto TBWR. Sto parlando di Max Sobrero, brillante polistrumentista di Genova che, tranne per le esibizioni dal vivo (quando la one-man band si converte in quartetto), preferisce svolgere personalmente tutti i compiti e i ruoli in studio di registrazione, inclusi quelli di arrangiatore, tecnico del suono e produttore. A giudicare dalle polverose tinte acid-psych di questa prima prova ufficiale si direbbe che l’ autore di “Slaughterhouse” abbia incarnato l’ anima elettronica del rock’n’roll di strada, con una propensione per i timbri alcolici del songwriter malato alla Nick Cave e Gun Club, ma anche per le inflessioni roots di bands come Wilco, Calexico e dintorni. Modelli di riferimento e comparazioni a parte, le 11 canzoni vivono di una propria individualità e scioltezza espressiva, contraddistinte dalla voce roca e impastata di Sobrero, sempre dedito a raccontarsi con quel piglio febbrile smarrito tra le note. Un disco il cui ascolto è un giro armonico dietro l’ altro di wild ballads virate in chiave lisergica, con la slide che langue maliosa tra i ritmi e i miraggi del blues bianco che s’ incontrano on the road ad ogni scoccar di corda e flirt melodico. A regolarne il climax è poi un’ alternanza mirata di frangenti movimentati e situazioni a più largo respiro, un’ altalena di suggestioni acustiche che non si fa mai scontata e banale quando la padronanza del tratto definisce, come qui, le qualità di uno stile lucido e temprato.

