Ass. Cult. DisorderDrama

Giovedì Off 1#08 – Stafrænn Hákon

Stafrænn Hákon
(Resonant – Reykjavík IS)
postrock ambient dall`Islanda

Japanese Gum
(Marsiglia – Genova ITA)
elettronica intimista di matrice IDM

Continua l`esperienza a teatro con questo gruppo che arriva dalla lontana islanda per proporre il proprio postrock alla Sigur Ros, già compagni di etichetta dei nostri Port-Royal. In apertura il debutto a teatro dei nuovi brani dei Japanese Gum che andranno a comporre il disco in uscita a metà 2010.

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Stafrænn Hákon
(Resonant – Reykjavík IS)
postrock ambient dall`Islanda

info: Nato e cresciuto nella terra del ghiaccio e del fuoco, Olafur Josephsonn sembra il figlio perfetto della scena musicale islandese, innamorato com’è di un’idea di ambient music che passa inevitabilmente attraverso le corde e gli effetti di una chitarra e attraverso strutture dilatate e a lenta combustione. Ma il suo nuovo album, ancora una volta a nome Stafraenn Hakon, non è semplicemente un buon manufatto post rock fuori tempo massimo, come parrebbe legittimo pensare, viste le premesse. Nelle lunghe composizioni di “Gummi”, arricchite dalla presenza di ospiti di varia natura ed estrazione (a chi è affidata un’arpa, a chi la batteria, a chi una seconda chitarra), troviamo un impianto stratificato che quando sfiora la magniloquenza corale (“Jàrn”) fa venire in mente i Jaga Jazzist, mentre quando si assottiglia (“P-Rofi”, con il contributo, nello specifico, dei danesi Efterklang) è riconducibile a una declinazione indietronica della forma canzone. Tra i due estremi scorre un suggestivo fluire di emozioni, materia prima di architetture compositive destinate a non deludere chi va alla ricerca di una fruibilità niente affatto scontata.

press: “C’è un’intera scena e un intero immaginario che i dischi islandesi portano sempre con sé. Apparentemente immemore del pop-rock piuttosto disimpegnato dei Sugarcubes, dall’ascesa ormai neppure troppo recente dei Sigur Rós la stampa di settore non perde l’occasione di evocare immagini di ghiacchi e geyser appena intravede in un titolo o nel nome di un artista una legatura o una dieresi di troppo. Ora, un certo stereotipo della musica islandese gelida, solenne e struggente ha solide basi, così come rimandi ai Mùm o ai già citati Sigur Rós sono presenti in buona parte delle uscite recenti firmate da artisti provenienti da latitudini estreme. Se si vuole guardare con attenzione, però, lo stereotipo è solo una frazione di quanto si sta ascoltando di volta in volta. È in qualche modo più confortante e divertente non ammetterlo, considerare esotici quei suoni che scorrono nelle orecchie — questo per non ricordare che il post-rock, l’elettronica minima che passeggia scalza e il folk intimista barbuto non sono stili prettamente islandesi. La one-man band di Stafrænn Hákon, pseudonimo di Ólafur Josephsson, al lavoro dal lontano 1999, ha ormai cinque album e quattro EP all’attivo. Ciascun suo disco, fortunatamente, dà molte occasioni per sottolineare quanto il nostro Ólafur suoni islandese e altrettante per mettere su una faccia finto stupita e dire: ma questo è quasi britpop!, oppure: questo sembra il programming di qualche gruppo tedesco!, o qualunque altra ovvia scemenza. Il suo ultimo disco si intitola Gummi ed è uscito per Resonant pochi giorni fa. Nell’ormai familiare panorama di compatrioti che realizzano epici affreschi di temperature proibitive e graziosa quotidianità, Stafrænn Hákon si inserisce percorrendo una via che ha molto in comune con quelle più battute ma che va in una sua direzione personale, prendendo il meglio di due sfumature pastello del rock, diviso tra madrepatria e centro-nord del continente. Sostituendo in maniera sottile e neppure troppo evidente le dense costruzioni atmosferiche del rock islandese con pennellate di chitarre più vicine a una sorta di My Bloody Valentine omeopatici, Stafrænn Hákon crea un suo wall of sound pacato, non invadente, che più che filtrare le emozioni che fluiscono come fiumi sotterranei aiuta piuttosto ad amplificarle grazie a uguali e pesanti contributi che vengono da post-rock e shoegazing, da Nick Drake e Iron & Wine, dai Radiohead e dai (già citati) Sigur Rós. La vera novità introdotta in Gummi è comunque il cantato. Ólafur Josephsson è stato ampiamente aiutato da Casper Clausen (Efterklang), che ha collaborato su P-Rofi, e Birgir Hilmarsson (Blindfold). Su una base di batteria accarezzata e riverberi di chitarra che dipingono spazi e non spazi crescono melodie vocali che si prestano spesso a paragoni con cose per loro natura più brit — Kvef e i Coldplay, Svefn e i Radiohead — rafforzando nettamente la struttura dei brani del disco. Si susseguono poi glockenspiel, arpa e melodica, per una volta come strumenti di contorno, mentre il suono di chitarra e sporadici ma ottimi beat elettronici delineano istanti di caos minimo. Pur non essendo probabilmente uno dei dischi dell’anno, neanche tra quelli islandesi, Gummi è un ascolto rilassante e rinfrescante.” Daniele Giovannini – Vitaminic.it
Con un pop intimista in prossimità al bionico, un afflato live da grande produzione floydiana, e soprattutto una pacifica grandeur islandese a tutto campo, Gummi potrebbe essere – lo è lo è – il Division Bell di casa Resonant. Il pamphlet consiste di un’ora e mezza di trasvolata googlemaps sopra l’isola con tutto – ma proprio tutto – a suonare esattamente come dovrebbe, anzi pure con una certa patina in più perché oltre c’è la storia ed è meglio andarsene con un certo decoro. Yorke e Martin tendono le mani (la radioheadiana Svefne la Coldplay-like Kvef). Sentimenti al calor bianco, luccichii di campanellini, animismo nordico, chitarre folkish e crescendi elfici, trilli glitch e polvere d’angelo a cadere dal cielo. Inutile citare i soliti quattro a paragone. Sono quelli e basta. Non li staremo a ripetere stancamente perché in questo quarto lavoro, la stella islandese sigla l’apice di un percorso personale che lo ha portato alla forma canzone, proprio come le nobili anime nordiche prima di lui. Una splendida torre sopra a una nuvola. Un cantautorato new age per gente che crede alla storia della natura amica e della fuga verso l’incontaminato. E dunque stappiamo le bottiglie perché il libro del post-rock diventato “affare Reykjavik” è stato dato alle stampe. Dietro di sé il profumo di un format d’umanità in strofe e placidi arrangiamenti ambient-folk-elettronici, la voce agrodolce di Birgir Hilmarsson (già Blindfold/Ampop) e quella nasale-ottanta di Efterklang Casper Clausen. Siamo buoni. Siamo morti. Adieu.” Edoardo Bridda – SentireAscoltare.com
Ecco, se voi dovete trovare un disco uno per descrivere a un vostro amico cosa sia l’Islanda, dove sia posizionata, che gente ci viva, che musica si suoni, ebbene non esitate a fargli ascoltare questo nuovo lavoro, neanche a dirlo uscito per la Resonant, di Stafrænn Hákon. L’islandese pubblica la sua sesta opera, la quarta per l’etichetta inglese. E tutta quella miriade di immagini sul mondo islandese, su quella musica trasognata, sulle coste frastagliate, sui geyser, sui soli di mezzanotte, sui gabbiani in volo, vengono qui al pettine, con ricami leggeri e vividi. Bandite strutture razionali, tutto appare fluire con un incredibile leggerezza. Le note si rincorrono tracciando scie boreali, accompagnate talvolta da canti sommessi o ripide accelerazioni di chitarre. Carillon gioiosi, aroma di legno e odore di terra: gli otto minuti abbondanti dell’iniziale “Járn” introducono alla vista di equilibri stabili e indissolubili. E se “Svefn”, diciamolo pure, vera caduta di stile, che si districa fra le melodie di un pop-rock sognante, sa tanto di scopiazzatura un po’ Sigur Rós, un po’ Radiohead, il flusso di chitarre, accompagnato da tastiere, di “Kvef” trasporta idealmente l’ascoltatore su orizzonti sconosciuti. Il cantato, quando appare, pare togliere quella atmosfera di semplice e fragile armonia. E non appena sono le chitarre ad accennare note simil brit-pop, l’atemporalità, la mancanza di spazialità che quei suoni avevano saputo creare, vengono crudelmente cancellate, come un risveglio affannoso da quel sogno dal quale mai ci si sarebbe voluti risvegliare. Se gli elementi positivi, se tralasciamo quelle divagazioni british davvero trascurabili, si rincorrono, ecco che l’originalità compositiva pare non essere materia conosciuta per il buon Olafur Josephsson, che si nasconde sotto lo pseudonimo Stafrænn Hákon. I carillon fatati di “Þurr Þurr” non fanno altro che introdurre al vero gioiello del disco: “Veggur”. Costituita da una corrente ininterrotta di tastiera per 9 minuti, ti toglie il fiato. Sottili filamenti glitch e tanta malinconia. Ecco allora che, giunti alla fine del disco, rimane l’amaro in bocca. Amaro perché qui c’è il tutto e il niente, amaro perché la sensazione è che il disco sia riuscito a metà. Sì, tenete buono questo “Gummi” come guida turistica. Se volete immergervi nel sound islandese, sapete le strade da percorrere.” Alberto Asquini – Ondarock.it

sito: http://www.shakon.com/

Japanese Gum
(Marsiglia – Genova ITA)
elettronica intimista di matrice IDM

info: I Japanese Gum sono un duo sperimentale proveniente da Genova nato nella primavera del 2005. La band consiste al momento in Davide Cedolin e Paolo Tortora. Durante i primi due anni di attività, la band era un trio, con Luigi Bozzo, che ora è solo un collaboratore. La musica dei JG è caratterizzata da un muro di chitarre in delay, voci morbide, electronic glitch beats e pad di synth, ma non è corretto definire il loro suono all`interno di uno specifico genere: i ragazzi sono sempre alla ricerca infatti di nuovi sviluppi e differenti soluzioni sonore; dalla prima uscita “Talking.Silently e.p.” focalizzata su un panorama sonoro di stampo ambient-glitch, si passa a “Without you I`m napping”, maggiormente orientato verso massicce chitarre shoegaze fuse con loop ossessivi e psichedelici, e con le prime percussioni reali. Durante le sessions della prima full-lenght, i JG hanno assemblato varie composizioni inedite e versioni alternative di brani insieme ad alcuni remix realizzati da amici realizzando “Lost in weirdness” (remixes di Isan, Die stadt der romantische punks, Eniac, Arbdesastr…). Il nuovo album “Hey Folks! Nevermind, we are all falling down” è in uscita a settembre 2009 per la label giapponese Friend of mine records ed è una combo perfettamente bilanciata di atmosfere liquide, droni chitarristici, voci sospese, pattern elettronici e batterie naturali.

press: “Già m`immagino questo disco nelle borse di quei Dj`s più attenti alle emozioni della propria pista, pronti a suonare il loro remix di “Paul Leni” dei Port Royal per aprire i loro set prog house stile Nik Warren nella sua celeberrima GU 24 “live in Rekjiavik”, oppure servirsi di “declaration of a permanente absence of will” come ninna nanna diurna a fine set con la luce del sole che inizia a illuminare il dancefloor e il sudore che si raffredda sulla pelle dei ballerini invocanti un ultimo sogno. Questi ragazzi hanno talento da vendere e non mi stupirei affatto se tra un pò li vedessimo su palchi d`importanza internazionale.” Federico Spadavecchia – Frequencies.it

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Archivio CMPSTR

Dall’ottobre 2008 al settembre 2017 abbiamo tenuto un blog su tumblr ripostando tutti link, recensioni, video e immagini su un po’ dei gruppi genovesi che combinavano sfracelli fuori dalle mura di casa. Stiamo mettendo a posto l’archivio. Buona ricerca

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